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Curiosità
MOMENTO DELLA MORTE
Spesso l'agonia del moribondo era lunga e creava molte sofferenze (si diceva "est a filu pende"): per accelerarla era consuetudine mettere sotto il letto il giogo (su zuale) o bruciare una sedia (una cadrea) o dei rovi (s'ispina Santa).
In alcuni casi gli veniva tolto lo scapolare (s'iscorporalliu) o le medagliette che portava addosso.
Era, infatti, diffusa la credenza che le atroci sofferenze del moribondo non fossero altro che una punizione perché quando era in vita aveva avuto l'ardire di bruciare del legno (un giogo, una sedia, ecc.) che per consuetudine non doveva essere bruciato.
Si pensava che prima di esalare l'ultimo respiro il moribondo vedesse attorno al proprio letto le anime dei parenti defunti (chi faghiana corona) e parlasse con loro: nessuno, per questo motivo, doveva sedersi ai piedi del letto, una volta impartita l'Estrema Unzione, tanto meno una donna incinta perché si era convinti che lo spirito potesse impossessarsi del feto (colliada umbra) e una volta nato potesse avere dei problemi (candu pranghiada si che tostaiada / si che abbadderigaiada).
Se una donna incinta si trovava per caso nella stanza di un moribondo, quando il bambino nasceva veniva fatto rotolare nel letto del defunto per sei volte a croce (s'imbrossinadura) oppure il giorno del Corpus Domini lo portavano in tre o sette rioni diversi per vedere la processione e ricevere la benedizione.
Quando era in fin di vita il malato riceveva l'Estrema Unzione, cioè veniva segnato e asciugato "cun su corizone" sulla fronte, sui piedi, sulle mani e sugli occhi.
"Su corizone" veniva poi buttato per terra e bruciato, se la cenere si sollevava significava che per il moribondo non era ancora arrivata l'ultima ora.
Inoltre, se guariva, aveva l'obbligo di andare in chiesa per ringraziare e "pro che torrare s'ozu santu".
Una volta esalato l'ultimo respiro il defunto veniva segnato con il cero che durante la Quaresima era stato deposto nel letto di morte di Cristo oppure benedetto il giorno della Purificazione, (sa die de Santa Maria 'e candelas).
Subito dopo veniva lavato con vino e aceto e acqua che non venivano buttati in strada ma bensì in "su cuccurale de su furru" o "in su trainu" per evitare che lo spirito del defunto s'incarnasse nei vivi.
Una donna racconta di aver conosciuto una persona anziana che aveva sempre la bava alla bocca, perché aveva attraversato la strada dove qualcuno aveva versato il liquido con cui era stato lavato il cadavere (aiada collidu umbra).
In questi casi si ricorreva a "s'infumentu".
Gli addetti a tale pratica, dopo aver messo in una tegola nuova dei carboni ardenti e altre sostanze da incenerire, recitavano alcune formule magiche.
Poi si recavano in prossimità di un incrocio (in rughe de caminu), acchiappavano un gatto e lo costringevano a saltare "lu fahiana zumpare pro che collire s'umbra".
Il cadavere, successivamente, veniva ricoperto con un lenzuolo bianco e adagiato per terra; in quel momento, secondo l'antica tradizione, "daida contos a Deus" oppure scontava eventuali promesse o i peccati commessi.
Quindi veniva vestito, prima che s'irrigidisse, con l'abito migliore e possibilmente con le scarpe nuove.
Qualcuno ricorda che subito dopo il decesso al defunto veniva messo un piatto in faccia, forse per riacquistare il colorito naturale, evitando il pallore della morte.
Perché il viso non si deformasse era buona abitudine legare intorno alla testa e alla mandibola un fazzoletto.
Nella tasca dell'abito venivano sistemati oggetti personali: un fazzoletto, dei sigari, del tabacco (se fumatore in vita) per un eventuale uso nell'aldilà.
Nella scarpa sinistra veniva messa una moneta che probabilmente doveva servire a pagare il pedaggio per l'altro mondo.
Il cadavere veniva in seguito sistemato nella bara, fatta su misura dal falegname, con i piedi rivolti versa la porta (sa zanna ) per raggiungere prima il Paradiso.
Nella mani incrociate veniva messa una corona e sul petto un Crocefisso.
Quando moriva una madre che lasciava dei figli in tenera età veniva poggiata sul suo petto una sfoglia di "pane fresa". Questa veniva benedetta dalla mano della defunta guidata da un congiunto e, dopo il seppellimento, veniva divisa equamente tra i figli per evitare che in futuro patissero la fame.
Se il morto era celibe o nubile, si metteva un po' di grano nella bara o nella lettiga nella speranza che si sposasse nell'aldilà.
Se una persona, colta da morte improvvisa, interrompeva un qualsiasi lavoro (di cucito, al telaio, ecc.), bisognava preferibilmente farlo ultimare da qualcun altro, onde evitare che nell'aldilà si affaticasse ininterrottamente.
Quando una donna moriva di parto, i parenti si preoccupavano di mettere nella bara un pezzo di sapone, la cenere, l'ago, il filo, il ditale e un paio di forbici per far si che il suo Spirito "sa pana" non vagasse di notte per i fiumi lavando i panni del suo bambino.
ANNUNCIO PUBBLICO DELLA MORTE
I rintocchi a morto (su toccu 'e ispiru o 'e agonia), in numero di dodici per le donne e tredici per gli uomini, annunciavano alla comunità la dipartita di un loro membro.
Trattandosi di un bambino le campane suonavano a festa (toccu de allegria), perché un nuovo angelo raggiungeva il cielo.
Le persone che andavano a salutarlo per l'ultima volta usavano dire: "a che lu iere in sa gloria".
Le donne baciavano il Crocefisso e recitavano il Rosario sedendosi "in corona", i maschi, invece, toccavano la salma facendosi il segno della Croce, poi si fermavano nella stanza attigua con gli altri congiunti di sesso maschile.
La veglia, in genere, veniva fatta dai familiari, parenti e amici, a tarda notte, però, il morto veniva lasciato solo perché si pensava che potesse ricevere la visita dei parenti defunti precedentemente.
In un angolo della casa venivano sistemati dei lumi in numero dispari, "sas lampanas a ozu" (in un bicchiere di vetro riempito per 2/3 di acqua e per 1/3 di olio veniva sommerso uno stoppino di cotone che poi veniva acceso) sostituiti attualmente da lumicini in cera.
In tempi remoti i parenti effettuavano il lamento funebre "s'attitu", cioè canti che esprimevano il dolore per la perdita del loro caro.
LAMENTO FUNEBRE
Oi sos aneddos nostros
cantu nos sunu costados
né domo né casteddu
né casteddu né domo
comente fatto como
comente fatto como.
IL FUNERALE
Il cadavere, in passato (1920), veniva sistemato in una lettiga (cassa con stanghe) e, in cimitero, veniva deposto nella fossa senza cassa, talvolta avvolto in una coperta o in un lenzuolo.
La lettiga, di proprietà comunale, era di tre dimensioni: due più grandi per adulti, in rapporto al peso, e una più piccola per i bambini.
"S'annu de sa bigota" (epidemia di vaiolo nero) non essendo sufficienti le lettighe, si ricorreva all'uso di tavoli.
Il funerale si svolgeva senza fiori, con gli stendardi e "sa rughe de prata" per i più ricchi e "sa rughe de linna" per i poveri.
Il corteo era formato da parenti, amici, conoscenti e talvolta dalla confraternita cui il defunto era iscritto; i familiari invece restavano a casa.
Nei funerali dei ricchi l'affluenza di persone era superiore.
Esistevano funerali di tre categorie, rapportate alle diverse possibilità economiche:
1^ categoria:
durante il funerale, erano previste sette soste (pasos): un individuo con una panca seguiva la bara che per ben sette volte, durante le soste, veniva adagiata lungo il tragitto.
In questo caso il corteo passava per la piazza principale.
Il nome del defunto veniva ripetuto più volte ad alta voce durante il rito.
2^ categoria:
non erano previste soste.
3^ categoria :
non erano previste soste.
La differenza tra le due ultime categorie era minima, tutti in ogni modo erano tenuti a pagare qualcosa al prete.
Il corteo che accompagnava "sos mortos male" (suicidi) passava dietro la Chiesa.
La seguente bestemmia "ancu ti passene in palas de Cresia" conferma detta usanza.
Gli stessi defunti non ricevevano la benedizione del sacerdote, assente durante il funerale, e venivano sepolti in un'area riservata del Cimitero.
Nei funerali dei ricchi seguivano il feretro individui vestiti da confratelli con i mano grossi ceri detti "azzos", che venivano portati accesi in Chiesa e al cimitero.
Al termine del funerale li riportavano a casa dei proprietari, per poterli usare in ulteriori occasioni; si racconta che qualcuno ne possedeva ben cinquanta!
A coloro che portavano i ceri venivano dati dei soldi "chimbe soddos".
Pare che la prima bara sia stata costruita da Tiu Manunta, intorno al 1920, che iniziò a realizzarla con tavole di cassette rivestite di "calancau" (una tela fine di poco costo a fiori).
Talvolta la cassa del morto era di qualità scadente, in quel caso la Chiesa si preoccupava di coprirla con un manto "in colore de lizu" (viola scuro), e a volte offriva anche un abito della confraternita perché il defunto potesse raggiungere l'aldilà degnamente vestito.
Chi aveva preso parte ad un corteo funebre doveva far rientro direttamente alla propria casa, non poteva andare a far visita ad un conoscente, ad un parente, perché ciò portava male.
Un'anziana donna di 87 anni ricorda che dopo aver ricevuto la visita di una vicina di casa che aveva partecipato ad un funerale, il suo bambino di 19 mesi si era sentito improvvisamente male ed era deceduto senza conoscerne la causa.